Quasi come un regalo natalizio di cattivo gusto, nella giornata del 23 dicembre è stato approvato da Camera e Senato il contestatissimo DDL Gelmini. L’approvazione era praticamente scontata ma essa non può e non deve comportare la fine della protesta. Questa infatti deve divenire ogni giorno più serrata, partecipata, sentita e numerosa; deve essere la protesta di chi sa che da oggi in poi il futuro gli è stato precluso da una massa di individui corrotti e mafiosi, e per questo ricchi, che tentano continuamente di salvaguardare i propri interessi a discapito delle persone che invece dovrebbero tutelare.
E’ importante comunque capire che cosa in concreto preveda la riforma e per fare questo è necessaria una lettura integrale del testo. Dal momento che non tutti hanno il tempo e la pazienza per leggerlo e capirlo, vi propongo la sintesi di ogni punto cruciale, evitando ogni tipo di giudizio e rimanendo quindi il più imparziale possibile. E’ importante, infatti, che il cittadino attivi il canale dell’intelletto e sia dunque capace di dare un giudizio personale a ciò che legge.
Punto I : i precedenti.
Circa un anno fa veniva approvata la legge L. 1338, che prevedeva il taglio progressivo di 1.500.000.000 € al Fondo di finanziamento ordinario delle università e che contestualmente rendeva possibile la trasformazione degli Atenei in fondazioni di diritto privato. In poche parole, alle università venivano tagliati i fondi in maniera impressionante, facendole dunque cadere in una situazione di profonda agonia. Di qui, il passo verso la trasformazione da università pubblica (accessibile per tutti, anche a coloro che sono mille volte più intelligenti delle capre figlie di qualcuno ma che non hanno larghe possibilità economiche) a fondazione privata (accessibile esclusivamente a coloro che possono permettersi una retta onerosa) è indubbiamente breve: se infatti l’università non può contare sul finanziamento pubblico, può sopravvivere solo sulle spalle dei finanziamenti degli studenti. Ovviamente degli studenti abbienti, gli altri possono anche essere la reincarnazione di Einstein ma se non posseggono abbastanza pecunia avranno sempre meno diritti delle capre figlie di qualcuno.
Punto II: trasformazione radicale della governance universitaria.
Innanzitutto, la governance è l’insieme di regole, di ogni livello, che disciplinano la gestione dell’università.
Il Consiglio di Amministrazione dell’università verrà ridotto da 15 a 11 membri. Almeno il 40% dei membri saranno esterni alle istituzioni universitarie, dunque privati: gente che magari non sa assolutamente nulla del mondo universitario ma che ha elevate capacità amministrative e gestionali. Di qui la domanda sorge spontanea: università o azienda privata? Ma abbiamo già detto prima che il processo di trasformazione dell’ateneo pubblico in fondazione privata è in atto da quando sono stati lacerati i fondi pubblici. Dunque, non ci meravigliamo. Torniamo al Consiglio di amministrazione. Il numero degli studenti che vi parteciperanno passerà da tre ad uno, di conseguenza la loro presenza sarà, per la maggior parte dei casi, inutile. Viceversa, il Rettore accumulerà la maggior parte del potere (a danno degli organi di garanzia) e sarà lui a nominare i membri esterni. Ne risulta una notevole subordinazione del rettore, e quindi dell’università, agli interessi dei membri esterni. Dunque, con un solo rappresentante degli studenti e il rettore con un potere quasi monarchico e fortemente vincolato agli interessi dei membri esterni, l’ateneo non sarà più un luogo democratico di studio e formazione, ma si trasformerà, come il resto del nostro paese, in un ambiente dominato dagli interessi privati di pochi, un luogo corrotto dove va avanti solamente chi possiede potere e ricchezza.
Il Senato accademico, vale a dire l’organo di programmazione, ordinamento, indirizzo e controllo delle attività didattiche e di ricerca dell’università, verrà ridimensionato ad organo consultivo, in quanto privato di ogni funzione decisionale nel campo della didattica e della ricerca. Tale potere passerà al Consiglio di amministrazione. Diverrà quindi sempre più potente proprio quell’organo universitario subordinato agli interessi dei membri privati ed esterni, che, come abbiamo detto prima, con l’università non c’entrano nulla.
Verrà introdotta la figura del Direttore Generale, con funzione di gestione e organizzazione dei servizi, delle risorse strumentali e del personale tecnico-amministrativo dell’università. Costui verrà designato dal Consiglio di amministrazione su proposta del rettore e verrà scelto tra figure manageriali. La nostra università è sempre più simile ad un’azienda privata.
Punto III: lo studente.
Il diritto allo studio è previsto dalla Costituzione e su questo non ci piove. Per tal motivo esistono, o meglio, sono sempre esistite, le borse di studio: per garantire il suddetto diritto anche a coloro che economicamente faticavano a pagare le rette universitarie. Ovviamente aver lacerato i fondi per l’istruzione pubblica comporta il fatto che le borse di studio per gli studenti meritevoli non possano più essere assegnate, o almeno che esse debbano essere assegnate in un numero molto inferiore. Ma ciò va contro la Costituzione. Come fare quindi per conservare l’apparenza? Ecco che scende in campo la meritocrazia, ottima maschera e degna calamita di facili consensi. Ora, un appello a tutti coloro che leggeranno questo articolo: non permettete che queste persone, oltre a privarvi dei diritti fondamentali, insultino la vostra intelligenza, perché in tutta questa riforma di meritocratico non c’è veramente nulla. Spieghiamo perché. Essa prevede l’introduzione del “prestito d’onore” e dei “premi speciali per il merito”. Di che cosa si tratta? All’inizio dell’anno accademico gli studenti che non hanno la possibilità di permettersi di pagare la retta universitaria potranno chiedere un prestito al fondo speciale per il merito, del quale non sono specificate né la provenienza né l’entità; si sa solo che verrà interamente gestito da una Società per Azioni, la Consap s.p.a. (vedete come ricorre frequentemente l’immagine dell’università pubblica che si trasforma in azienda privata). A tale fondo potranno contribuire dei soggetti privati investendo il loro capitale, con lo scopo di indirizzare la ricerca e la didattica a seconda dei propri interessi. Tramite una prova nazionale con domande a risposta multipla, gli studenti che otterranno i risultati migliori avranno il loro debito saldato, gli altri dovranno saldarlo alla fine del loro corso di studi. Diciamo subito che i premi per il merito da assegnare sono veramente pochi, precisamente equivalgono al 10% delle borse di studio assegnate prima della riforma. Vi renderete conto che il 10% è una percentuale più che misera, quasi inesistente, infatti molti docenti universitari hanno affermato che saranno costretti ad assegnarli “a caso” tra gli studenti più meritevoli. Quindi, se uno studente è bravissimo, ha il massimo dei voti in tutti gli esami che ha affrontato, potrà avere il premio per il merito solamente se sarà fortunato (e raccomandato). In caso contrario si troverà indebitato e quindi, per saldare il proprio debito, costretto ad accettare il primo contratto di lavoro che gli verrà offerto, sebbene questo preveda norme sulla soglia dello sfruttamento. Ovviamente gli studenti più abbienti non avranno nessuno di questi problemi. La frattura tra ricchi e poveri diventerà progressivamente una faglia sempre più grande e insanabile. Ognuno di voi è dotato di un cervello adeguato per giudicare, io non mi esprimo.
Punto IV: assegni di ricerca e reclutamento del personale.
Verrà istituita l’ “abilitazione scientifica nazionale”, di durata quadriennale, che sarà il requisito necessario per l’accesso alla prima e alla seconda fascia della docenza. Inoltre, la procedura di selezione dei candidati docenti e professori non prevederà più prove scritte e orali, bensì una lezione pubblica. Sta a voi giudicare se una lezione pubblica, con un gran numero di studenti presente, possa costituire un requisito efficiente per la scelta di docenti e ricercatori.
Ma la parte cruciale di questo punto riguarda la vera e propria istituzione della figura del “ricercatore a tempo determinato”, dunque ad una definitiva precarizzazione del mondo della ricerca. I contratti da ricercatore avranno infatti una durata triennale e potranno essere rinnovati una sola volta. Così, passati i sei anni da ricercatore a tempo determinato e svolti, a proprie spese, i quattro anni di abilitazione scientifica nazionale (nominata precedentemente) bisognerà attendere che si liberi qualche posto da docente e sperare di essere assunti definitivamente. In caso contrario bisognerà cercare un altro tipo di lavoro, magari a quarant’anni, con scarse possibilità di trovarlo.
Spero che da questa lettura ognuno di voi abbia costruito un’immagine dello scenario che comporterà la riforma. Voglio comunque porre l’accento su una questione. Le reazioni del mondo “esterno” a quello universitario e didattico, potrebbe essere di questo tipo. Ci sarà chi sosterrà che l’istruzione pubblica e la ricerca siano solamente spese per uno stato già abbastanza indebitato come l’Italia. A queste persone vorrei rispondere che l’istruzione pubblica non è una spesa, bensì un investimento. Un paese che non investe nell’istruzione e nella ricerca è un paese morto, immobile, senza alcuna possibilità di progredire e di uscire dalla crisi nella quale è affondato. Ed è molto pericoloso rimanere indietro, soprattutto in un periodo storico come questo, in cui paesi come Cina ed India crescono a ritmo esponenziale a discapito dei paesi occidentali. I frutti di ciò che stiamo seminando li coglieremo in un futuro molto vicino, e allora ci sarà veramente da piangere. Finanziare l’istruzione pubblica non è solo un modo per fare beneficenza e dare a tutti la possibilità di studiare; finanziare l’istruzione pubblica è fondamentale per il paese e per i suoi cittadini, basti pensare alla grande somma di denaro che l’Italia avrebbe guadagnato con i brevetti dei ricercatori italiani che sono dovuti fuggire all’estero per poter continuare il loro mestiere in condizioni decenti. I nostri debiti sarebbero estinti per gran parte. Non è uno scherzo, in gioco c’è molto e se continuiamo a dare fiducia a gente che si approfitta dello stato di torpore in cui si trova la popolazione italiana per fare i propri comodi, molto presto ne pagheremo le conseguenze. E la somma da pagare sarà molto cara per tutti noi. Cerchiamo di aprire gli occhi e di avere una reazione di fronte a tutto questo, dobbiamo capire che mentre ci distraggono con il Grande Fratello fanno a pezzi i nostri diritti e il futuro dell’Italia senza che nessuno li contrasti. E’ ora di svegliarsi, il famoso “troppo tardi” è davvero vicino.
Lavinia Rozzo






